Gertrude

regina sposa madre

5 – 15 marzo 2026

 

di Annalisa De Simone
regia Mario Scandale
con Mascia Musy
e con Jonathan Lazzini, Domenico Pincerno, Arianna Pozzi

scene Daniele Spanò
costumi Gianluca Sbicca
luci Camilla Piccioni

foto di scena Manuela Giusto

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

 

Note di drammaturgia di Annalisa de Simone

Personaggio chiave dell’Amleto di Shakespeare, Gertrude è regina, madre, vedova, nuova sposa, connivente di un terribile delitto o forse no, di certo coinvolta in un attrito sempre più duro con suo figlio.
Gertrude fa un passo avanti e guadagna la scena. Al centro, c’è il racconto di una donna che prova a restare viva mentre il mondo pretende purezza e sacrificio. Attorno, una costellazione di sguardi maschili, di accuse, pretese e gelosie. Amleto è dietro le quinte, ma non scompare: è una presenza magnetica e persecutoria, come lo sono i figli nella vita di una madre, come lo è il desiderio, o il senso di colpa, la memoria e l’ossessione, il nodo edipico che non smette di stringere.
Accanto a Gertrude: Ofelia, educata alla prudenza, luogo fragile in cui si inscrivono le aspettative della famiglia e del potere maschile. Laerte, a incarnare l’urgenza della vendetta come unico linguaggio del lutto. E Claudio, non solo un usurpatore, ma un amante, un uomo che prova a razionalizzare il peccato, a trasformare il delitto in amministrazione e l’amore in strategia. Sono loro i protagonisti di un dramma che non si apre alle possibilità – essere o non essere? – ma al contrario si chiude dietro alle conseguenze delle proprie azioni, lì dove le decisioni sono già state prese: il desiderio, se iscritto nel reale, non è mai innocente.
Risiede in questo il fascino delle riscritture: nell’occasione di un ribaltamento. La tragedia non è più osservata dalla ferita del figlio, ma dal corpo e dalla voce della madre. Indagando Gertrude senza la volontà di ridurla o di assolverla. Provando a gettare un lumicino sulle ombre che la regina, sposa e madre, dissipa lungo l’arco della tragedia, mentre oscilla tra lucidità e abbandono, ferocia e tenerezza, paura e seduzione.

 

Note di regia di Mario Scandale

Questo spazio ha contenuto acqua. Ora contiene corpi, memorie, colpe.
Gertrude. Regina, sposa, madre si svolge dentro una piscina vuota: un luogo che ha conosciuto l’acqua, il gioco, la felicità, e ora ne conserva soltanto la forma.
L’acqua non c’è, ma pesa: è liquido amniotico, è origine e perdita. È la vita che ha riempito questo spazio e lo ha poi abbandonato, lasciando una cavità in cui ogni parola e ogni gesto risuonano più forte.
La scrittura di Annalisa De Simone attraversa registri diversi: lirica e crudele, erotica e gelida, letteraria e grottesca. Una lingua che non cerca armonia, ma frizione, e costringe i personaggi a restare dentro le proprie contraddizioni.
Gli attori abitano questo vuoto senza difese. I loro corpi cercano un equilibrio impossibile, come se l’acqua potesse tornare da un momento all’altro. Ma non torna.
Nel finale, il dramma non trova compimento e resta sospeso.
Una presenza assente attraversa la scena: Amleto, come un’Erinni, vibra nei corpi e nelle coscienze, trasformandosi in minaccia, senso di colpa, attesa della punizione.
Ma la punizione non arriva. Il vino prende il posto del sangue: non fonda un nuovo ordine, non chiude la ferita. È un bere stanco, ripetuto, fuori tempo, che somiglia a un simulacro di rito.
Una piscina svuotata. E il tentativo ostinato, umano, di restare a galla anche quando l’acqua non c’è più.