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I giorni del buio

Regia di Gabriele Lavia - Saggio di Diploma del III anno del corso di Regia - Teatro Argentina dal 20 al 23 giugno 2013
 
L'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" e il Teatro di Roma
 
hanno il piacere di invitarvi
allo spettacolo
 
I GIORNI DEL BUIO
Regia di Gabriele Lavia
Saggio di Diploma del III anno del Corso di Recitazione
 
con Rosy Bonfiglio - Johanna, Valentina Carli - Pina, Barbara Chichiarelli - Italia Giulio Maria Corso - Karim, Flaminia Cuzzoli - Susy, Valerio D'Amore - Vincenzo Alessandra De Luca - Nina, Arianna Di Stefano - Ira, Desiree Domenici - Tiziana Carmine Fabbricatore - Lello, Giulia Gallone - Maria, Samuel Kay - Caesar Matteo Mauriello - Leonardo, Marco Mazzanti - Giovanni, Ottavia Orticello - Edda Alessandra Pacifico Griffini - Dolores, Gianluca Pantosti - Maurizio, Eugenio Papalia - Benny Matteo Ramundo Paul, Veronica Polacco - assistente

coreografia 
Enzo Cosimi
costumi Gianluca Sbicca
scene Paola Castrignanò
assistente alla regia Giacomo Bisordi
foto di scena Tommaso Le Pera                                              
Teatro di Roma | Accademia Nazionale d'Arte Drammatica  "Silvio d'Amico" | Fondazione Teatro della Pergola
 
20/23 giugno 2013
20/21 ore 21:00, 22 ore 19:00, 23 ore 17:00
Teatro Argentina
Largo di Torre Argentina, 52 - Roma
 
Si prega di confermare a promozione@teatrodiroma.net
 
Gli underclassers
La globalizzazione incontrollata ha conseguenze raccapriccianti. Milioni di persone sono colpite direttamente con la perdita dei mezzi di sussistenza, della dignità personale e del benessere, fino alla caduta nell'indigenza; il divario tra ricchi e poveri, vincitori e vinti è più ampio che mai. Ma milioni di altri uomini sono lesi in modo indiretto. Sanno o hanno buone ragioni per sospettare che, per quanto privilegiata sia la loro condizione, le sue fondamenta sono fragili. Da un giorno all´altro tutto può esser messo in discussione senza preavviso da una fusione, una riduzione di attività o una delle tanto decantate ‘razionalizzazioni'; o dal fatto che una remota e semionnipotente multinazionale ha deciso di chiudere uffici e stabilimenti e trasferire le proprie attività dove la situazione consentirà, per qualche tempo, di distribuire utili più sostanziosi agli azionisti. Quegli uomini intuiscono di non avere alcuna garanzia circa il proprio futuro, né a medio né, men che mai, a lungo termine. Così chi teme di essere colpito nella sua prosperità, come chi lo è già stato, si unisce al coro dei profeti di sventura, e preda dell´ansia comincia a cercare un riparo dalla tempesta.
I diversi per cultura, lingua, modo di vita e colore della pelle sono comodi capri espiatori su cui scaricare il disagio esistenziale.
Notoriamente incapace di contribuire alla creazione di ricchezza in veste sia di produttore sia di consumatore, il povero tende a essere dipinto non come deprivato, ma come depravato. Pende su di lui l´accusa di disprezzare i valori sui quali la gente per bene basa la propria vita, e nello stesso tempo di pretendere una parte dei frutti generati da quei valori; un atteggiamento certamente scorretto, che molti consumatori sono tentati, in buona fede, di attribuirgli.
In quest´ottica, i diseredati sono assegnati a una "sottoclasse" definita non in base all´esiguità del reddito, ma all´autoesclusione dal gioco che il resto della società, la "gente come voi e me", ha scelto di giocare. Lo stile di vita dei membri della sottoclasse (gli underclassers) è ritratto a tinte fosche come un campionario di bassezze morali (indifferenza agli obblighi verso i figli e il coniuge, disordine della vita sessuale), inganni (frodi all´assistenza pubblica e sotterfugi di ogni genere), vizi (in primo luogo alcolismo e tossicomania) e microcriminalità (scippi, furti d´auto, vandalismi e simili). La percezione collettiva di coloro che vivono sotto la soglia della miseria è così traslata dal campo della responsabilità morale a quello dell'ordine pubblico, e una parte consistente dei fondi un tempo destinati all'assistenza è dirottata verso i datori di lavoro, le forze dell'ordine e le strutture carcerarie.
Il sobbollire dell'angoscia in cerca di una valvola di sfogo è una ghiotta occasione per molti politici bisognosi di una 'base'. Il disprezzo dello straniero, lo sfoggio di severità verso l'immigrato possono procurare un cospicuo consenso e pochi leader, o aspiranti tali, sono disposti a rinunciare a una così ghiotta opportunità. Ma il paradosso è che la presunta difesa del territorio dalle forze scatenate dalla globalizzazione non reca alcun vero sollievo; dirottate nel canale della xenofobia esse diventano, se possibile, ancora più intense. E chiaro infatti che le vittime,
dividendosi in schieramenti etnici, religiosi e culturali perennemente in lotta tra loro, aiutano involontariamente i fattori responsabili della loro miseria. Simili lotte intestine rendono molto più difficile la realizzazione di politiche in grado di contrastare tali fattori. Come si è osservato, se si potrà «tener occupato il 75% meno ricco della popolazione americana, e il 95% meno ricco della popolazione mondiale, con attriti etnici e religiosi e polemiche sui comportamenti sessuali» in modo da «distrarli dalla loro disperazione», «i super-ricchi potranno dormire sonni tranquilli».
Qualunque tentativo realistico di curare radicalmente l'attuale calamità della crescente disuguaglianza e della produzione accelerata di 'scorie´ umane implicherà il controllo su scala mondiale delle forze mondiali del capitalismo di mercato. E comunque tali tentativi dovranno per prima cosa salvare quanto è rimasto dei valori della tolleranza, e innalzarli al livello della solidarietà tra i popoli.
«I nostri figli devono imparare fin da piccoli a considerare la disuguaglianza tra la loro ricchezza e quella degli altri bambini non il frutto della volontà di Dio o il prezzo necessario dell'efficienza economica, ma una tragedia da evitare. Dovrebbero cominciare a riflettere, il più presto possibile, su come trasformare il mondo affinché nessuno soffra la fame mentre altri hanno alimenti in eccesso».
Zygmunt Bauman

 


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